Intervento di Mariasara Castaldo al Congresso della Missione con i giovani e le vocazioni della Provincia Mediterranea
Marino, 19 settembre 2026
Buongiorno a tutte e tutti, sono Mariasara, vivo a Ciampino, mi occupo di progettazione sociale e povertà educativa, sono sposata e ho due figlie. Da circa 10 anni accompagno il gruppo giovanile di Roma del Movimento Giovanile Costruire e da 3 anni faccio parte del Consiglio nazionale del movimento. Il MGC è nato nel 1988 e unisce alcuni gruppi di giovani legati agli oblati presenti in diverse parti d’Italia.
Quello che vorrei condividere oggi con voi è una fotografia di ciò con cui abitualmente ci confrontiamo tutti i giorni, partendo dal panorama generale italiano per andare poi a focalizzarci sui nostri gruppi: quali sono i bisogni, le dimensioni di lavoro e le sfide con cui ci confrontiamo e quali sono i possibili strumenti che attiviamo.
Questo intervento non ha l’ambizione di fornire un quadro esaustivo o esperto, quanto piuttosto uno spunto di riflessione che nasce sia dalla mia esperienza lavorativa sia dalla mia esperienza con i ragazzi del Movimento Costruire, in particolare con quelli di Roma e dintorni.
Punto 1
Il panorama giovanile oggi in Italia: chi sono i ragazzi, in particolare gli adolescenti e i ventenni, e quali sono i bisogni emergenti.
L’Italia, così come molti altri Paesi europei, è un Paese in cui ci sono sempre meno bambini e sempre più anziani. Nonostante questo, i servizi, l’attenzione e le risorse che vengono destinate a bambini, ragazzi e giovani restano pochi e insufficienti. Basti pensare che 1 bambino su 4 vive in povertà assoluta, per un totale di più di un milione di bambini e ragazzi. Ci troviamo in una situazione in cui, di fatto, i divari sociali si accentuano, con una possibilità molto bassa di migliorare la propria condizione sociale, per cui, se si nasce in una famiglia povera, è molto probabile che si avranno meno opportunità di riuscire in ambito scolastico, lavorativo ecc. Da un punto di vista politico assistiamo, in parallelo, a un approccio spesso molto restrittivo e quasi punitivo direi, rispetto a diversi fenomeni che riguardano adolescenti e neomaggiorenni (baby gang, violenza giovanile, uso di sostanze ecc.), anziché preventivo ed educativo. L’universo scuola galleggia tra alcuni esperimenti illuminati, magari proposti da sindaci o da dirigenti scolastici, la necessità di rispondere a cambiamenti sempre più impellenti (aumento delle diagnosi di particolari necessità, minori con background migratorio) e, in molti casi, l’incapacità di gestire risorse o la mancanza effettiva delle risorse, mentre si fa sempre più complesso l’asse scuola-famiglia, spesso in contrapposizione e non in cooperazione. Guardando ai più grandi, l’Università sembra non essere ancora riuscita a darsi un assetto realmente rispondente alle aspirazioni giovanili, da un lato, e al mercato del lavoro, dall’altro. Basti pensare alla facoltà di medicina, alla complessità di accedere a questo percorso, mentre paradossalmente abbiamo penuria di medici.
In questo scenario, volendo identificare alcuni bisogni emergenti (non esaustivi, ma esemplificativi) di ragazzi e giovani, potremmo concentrarli in tre macro-aree: benessere psicologico, stabilità lavorativa e bisogno di relazioni autentiche.
Il tema del benessere psicologico è un vasto campo che contiene in sé diverse dimensioni: dalle dipendenze (da sostanze, da dispositivi) ai disturbi alimentari, all’accettazione di sé, al bullismo, a fenomeni specifici come la tendenza crescente dei giovani al ritiro sociale o ad atti di autolesionismo.
Parlando con un educatore-musicoterapeuta che lavora all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova o con operatori delle neuropsichiatrie infantili di Milano, il quadro che emerge è, per esempio, quello di un numero crescente di accessi e di ricoveri per atti di autolesionismo, così come di tendenze suicide.
Parallelamente abbiamo una società in evoluzione, che sta cambiando anche rispetto alla componente culturale: pensiamo a tutte le seconde e, in alcune città, anche terze generazioni, ai minori e ai giovani con background migratorio che sono alla ricerca e in costruzione di una loro identità, per cui hanno delle radici un po’ nel paese e nella cultura di origine, in cui magari si recano solo per periodi di vacanza, un po’ nel contesto italiano in cui vanno a scuola, conoscono amici, vivono il tempo libero e un po’ per aria, alla ricerca di un nuovo terreno che li possa far fiorire in libertà, senza sentirsi schiacciati dal peso dell’una o dell’altra cultura, dall’accettazione o dal rifiuto dell’una o dell’altra cultura.
La stabilità lavorativa è un altro tema, che riguarda soprattutto i ragazzi che lasciano la scuola, che non vanno all’università o che finiscono l’università. In particolare, meno della metà degli studenti finisce in tempo la laurea triennale, laureandosi in media a 24,5 anni, laddove sarebbe previsto terminare a 22. Tutto questo comporta ricadute su un vero passaggio all’età adulta, sull’impiego, sul reddito, sulla possibilità di avere una famiglia.
Il bisogno di relazioni autentiche è un bisogno, mi viene da dire, perenne, che esiste da sempre. Per le nuove generazioni cambiano però le modalità.
Assistiamo a uno svuotamento continuo degli spazi che storicamente gli adolescenti e i ragazzi vivevano — il muretto, il parco, la piazza — a fronte di una chiusura sistematica nel virtuale. I neuropsichiatri infantili e i sociologi ce lo raccontano molto bene: se prima la punizione per un adolescente era: “Vai nella tua stanza e non uscire più!”, adesso, viceversa, la punizione è dirgli: “Esci!”. L’adolescenza, da età della fuga da casa, dell’autonomia sempre più spinta, della scoperta di cosa c’è fuori casa, oggi sembra si stia ripiegando su una dimensione casalinga e chiusa. Frutto di diverse cause — device tecnologici, adulti iperprotettivi — assistiamo alla crescita di ragazzi che risultano iperprotetti nel mondo reale, con veramente scarsa autonomia e scarse capacità pratiche, mentre vivono assolutamente sguarniti di ogni limite nel mondo virtuale. Se entriamo oggi in una classe di tredicenni, quanti sapranno andare in bici senza mani? E quanti, invece, saranno campioni nel videogioco del momento?
Cambiano anche le modalità di confronto: la scrittura di un diario segreto, per esempio, è stata sostituita dalla creazione e dalla condivisione di un’immagine, di un profilo sui social che deve essere quanto più accattivante possibile, non importa che non corrisponda alla realtà, e dalla diffusione di modelli di bellezza inarrivabili. È aumentato il numero di ragazze che, per i 18 anni, per esempio, chiedono come regalo un intervento estetico, per arrivare a canoni di bellezza inarrivabili (se si confrontano con altre foto che sono ritoccate o comunque false).
Ci confrontiamo con generazioni sempre più fragili emotivamente, le cui modalità di relazione cambiano molto velocemente (basti pensare alle “migrazioni” da un social all’altro nel giro di pochi anni), sempre meno impegnate dal punto di vista della cittadinanza attiva e della partecipazione politica e con sempre meno fiducia nelle risposte che le istituzioni possono fornire.
Sottolineo, per non deprimerci, che in questa parte pongo l’accento sui bisogni, ma sappiamo che esistono anche una narrazione e degli esempi diversi, per fortuna, di giovani!
Punto 2
In questo quadro vivono e si formano i nostri giovani, quelli di adesso, con cui siamo in relazione, ma anche quelli che iniziano ora o inizieranno a breve a essere presenti, o a essere potenzialmente presenti, nei nostri gruppi. E quindi, guardando ai nostri gruppi, quali sono i bisogni che ho visto emergere in questi anni?
Come dicevo prima, le generazioni e i ragazzi cambiano molto velocemente. La prima cosa che ho imparato lavorando con i ragazzi è che non c’è nulla di più sbagliato che fare paragoni: il MGC degli inizi non era quello degli anni ’90, che non era quello degli anni 2000, e così via. I ragazzi del MGC di Roma sono già diversi da quelli di quando ho iniziato nel 2017; cambiano banalmente le modalità di comunicazione (la telefonata è tipo la caverna dell’uomo primitivo, mentre va tutto tradotto in meme e sticker), le modalità di interazione tra loro, gli interessi, i contesti che vivono.
Alcune cose si sono accentuate con gli anni: le fragilità personali, dall’ansia agli attacchi di panico, alla bassa autostima, ai disturbi dell’alimentazione, all’autolesionismo, sono notevolmente aumentate. Capire cosa fare “da grandi” viene vissuto con sempre crescente incertezza, così come la capacità di guardare con onestà ai propri limiti, alle proprie capacità e aspirazioni. La scelta dell’università è spesso fatta o troppo aleatoriamente o basandosi su dati che non sono quelli giusti, e questo sfocia poi o in un cambio a metà percorso, oppure ci si accanisce a continuare un percorso di studi quando è evidente che non sarebbe adatto o che sarebbe meglio potenziare le proprie competenze in altri modi.
La fragilità personale si manifesta, soprattutto per le ragazze, anche in relazioni sentimentali spesso tossiche, che impediscono realmente di crescere e fiorire come persone, ma in cui il partner diventa “il salvatore”, il punto fermo in vite in cui mancano figure di riferimento stabili.
L’identità di genere è un altro tema che affrontiamo e affronteremo sempre più spesso nei nostri gruppi e che va trattato con estrema cura e attenzione.
E la presenza di ragazzi con background migratorio è un altro tema di cui avere contezza, poiché anche le necessità e le sfide che questi ragazzi vivono devono, in qualche modo, necessariamente interrogare anche noi e i nostri gruppi.
Un altro elemento è la presenza di rapporti conflittuali familiari, tema di cui i ragazzi, chiaramente, faticano a parlare e che faticano a far emergere, ma che si intuisce dalla mancanza di punti di riferimento adulti e dalla scarsa propensione a confrontarsi con il mondo adulto.
In generale ci confrontiamo con ragazzi sempre più impegnati, per i quali la partecipazione al percorso del MGC (o altro) è una cosa fra tante: lo studio, lo sport, gli amici, la famiglia, le vacanze ecc. L’esempio che facciamo tutti gli anni, qui a Roma, sono gli incontri di gennaio e febbraio, durante i quali il numero delle presenze cala drasticamente perché ci sono le sessioni d’esame all’università.
In tutto questo si fa una grande fatica a prendere realmente in mano la propria vita, a confrontarsi intanto con i pari e poi anche con il mondo adulto e, infine, figuriamoci con Dio!
Gli incontri di condivisione accolgono spesso silenzi assordanti, in cui emerge chiaramente un disagio, un problema, una necessità che opprime, ma che non si riesce a verbalizzare, per paura del giudizio, per mancanza di fiducia, perché è troppo difficile pensare che anche un altro possa vivere quello che sto vivendo io o pensare che possa accoglierlo e volermi bene. Il giudizio pesante e onnipresente a cui siamo sottoposti nella società attuale, per cui, se non sei sempre performante, sempre bello, sempre di successo, sei uno sfigato, un fallito e non meritevole di bene, rischia chiaramente di pesare anche sui nostri gruppi.
L’accompagnamento spirituale e il discernimento vocazionale sono ambiti sempre più sfidanti, in cui i ragazzi fanno realmente fatica a mettersi in gioco. Parlare del Vangelo stesso, in alcuni momenti, è una sfida e arriva dopo un necessario tempo di conoscenza e di creazione della relazione.
Un altro punto è la composizione dei nostri gruppi e la capacità di attrazione che riescono ad avere verso l’esterno. Ci confrontiamo con gruppi spesso notevolmente omogenei che riescono con grande fatica a proiettarsi verso l’esterno nella vita quotidiana: quanti dei nostri ragazzi comunicano ai coetanei che fanno parte di un movimento cattolico? E quanti invitano dei loro amici agli eventi che organizza il gruppo? Ugualmente difficile è essere costanti nel portare avanti un servizio di carità e nel prendersi delle responsabilità: dubbi esistenziali sul “sarò all’altezza? Perché io? Eh, vediamo…” o, viceversa, in qualcuno, grande entusiasmo all’inizio, ma poi, alla lunga, l’entusiasmo si perde. Chiaramente si è estremamente concentrati su sé stessi e si fa fatica a fare spazio all’altro, chiunque sia. L’aggancio di persone nuove, di gruppi di adolescenti, la costruzione del futuro dei nostri gruppi sono altri temi aperti.
Come dicevo, non è sempre così e non è per tutti! Ma, su un gruppo allargato, sono considerazioni che riguardano buoni due terzi delle persone.
Punto 3
E dunque, poste queste sfide e questi bisogni, che cosa possiamo offrire noi alle ragazze e ai ragazzi che incontriamo? Che cosa proporre loro, dalle risposte più concrete a quelle più alte?
Elenco alcuni punti esemplificativi.
La comunità: la presenza di un gruppo di pari in cui non sentirsi giudicati, che è fuori dagli schemi della classe, del gruppo sportivo, del gruppo di amici. Che è altro. Mi e ci confrontiamo perennemente sulle nostre comunità giovanili, sugli elementi costitutivi, sulle dinamiche interne, sullo sviluppo, sui limiti; eppure sono fermamente convinta che le nostre comunità giovanili, seppure mai perfette, sempre migliorabili e sempre in movimento, continuino a essere degli spazi preziosi, una palestra di relazioni autentiche, di inclusione, di sfida individuale nei confronti del diverso, dell’altro da te, di misericordia e carità reciproche, di preghiera, dell’accogliersi vicendevolmente con i propri limiti, del volersi bene come ci dice il Vangelo. Questo strumento continua a essere il perno centrale da offrire ai ragazzi. Ed è qui che sperimentare sempre più anche un maggiore protagonismo dei ragazzi stessi, spingerli a prendersi delle piccole responsabilità, a fungere da pari tra loro e da mentori con i più piccoli. Sulla figura adulta dico subito dopo, ma è un dato di fatto che il confronto tra pari è un ambito prezioso e che sappiamo funziona tanto. Se uno dei più grandi, di cui mi fido, mi suggerisce di fare accompagnamento, di vivere un’esperienza, di lanciarmi in qualcosa, magari lo faccio (al di là delle 1000 volte che me l’ha detto l’assistente). Se uno del mio gruppo, di cui mi fido, mi dice che ce la posso fare o che quella responsabilità è per me, ha un valore enorme.
Offrire degli adulti di riferimento: le comunità e i gruppi giovanili non si costruiscono da soli, né stanno propriamente in piedi da soli. È necessario che ci sia una figura adulta che dedichi loro tempo, energie e soprattutto un bene disinteressato. I ragazzi non hanno bisogno di un altro adulto che dica loro cosa fare, come farlo, che si sostituisca a loro nel fare le cose per farle riuscire bene, che critichi i loro errori o che li blandisca con false promesse. I ragazzi hanno bisogno soprattutto di oblati, e anche di laici, che, semplicemente e con tutta la fatica che comporta, siano là per loro, senza secondi fini. Che facciano il tifo per loro, che li accompagnino, che dicano loro la verità, talvolta anche quando è scomoda, ma quando è il momento giusto, che li aiutino a portare i pesi senza però togliere loro quella fatica che è necessaria per la crescita. Bisogna anche fare attenzione a capire i propri limiti e, laddove non si hanno le competenze, aiutare il ragazzo e la ragazza a rivolgersi a chi effettivamente può dare loro aiuto, con onestà e trasparenza.
E che restino anche se la ragazza o il ragazzo delude, va via, fa quella scelta che dentro di te sai essere totalmente sbagliata. Non importa. Noi adulti dobbiamo voler bene ai ragazzi nella totale gratuità. Questa è una cosa che ricordo sempre a me stessa, anche magari quando la parte umana resta ferita da qualche atteggiamento, da qualche modo di fare per cui dici: cavoli, tutto il tempo che ho dedicato a questa persona e ora? E ora prende questa scelta e manco mi avvisa? E in questi casi mi ripeto sempre: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Per me, personalmente, è un processo che parte probabilmente dall’essere stata io stessa parte del Movimento Giovanile Costruire e dall’aver avuto tanti oblati, delle consacrate e tanti ragazzi più grandi che mi hanno accompagnata nel percorso. La gratuità del loro bene mi ha reso libera e amata. E di questo ringrazio Dio. E per i ragazzi dei nostri gruppi non mi aspetto niente di meno: accompagnarli al meglio che posso, nei miei limiti umani. Credo che anche accompagnare i gruppi giovanili non sia per tutti, ma sia una vocazione specifica: ci vogliono passione, tanta pazienza e fede nel fatto che si semina, ma è Dio che fa crescere e fiorire. I ragazzi non sono nostri, sono di Dio.
Offrire una formazione umana e fare attenzione alle fragilità: certo, siamo in un contesto missionario e cattolico, quello che annunciamo è Gesù, ma non possiamo non prendere in considerazione tutti gli aspetti umani che dicevamo prima e le sfide che comportano. Provare quindi ad approfondire e affrontare alcune tematiche, coinvolgere esperti, aiutare i ragazzi a focalizzare i loro problemi, le loro ferite, è un aspetto che dobbiamo tenere sempre più presente.
Offrire una formazione spirituale e di accompagnamento, di annuncio del Vangelo: è un punto che avevo dato per scontato, essendo la missione primaria dei nostri gruppi. Uomini prima, cristiani e santi poi. Ma ritengo sia importante sottolinearlo. I nostri ragazzi, pur frequentando spesso anche la vita parrocchiale, sono abbastanza digiuni di alcune conoscenze liturgiche (anche basilari, tipo cosa faccio quando entro in chiesa o come si pregano le Lodi), sacramentali, della Parola e del Catechismo in generale. Così come fanno fatica nel pregare, nell’andare a Messa, nell’incontro con Gesù Eucaristia. Probabilmente anche qui è utile pensare a delle modalità di approccio che non spaventino e non vengano rifiutate. Tuttavia vediamo come, quando proponiamo un’adorazione, una liturgia penitenziale, sebbene ci siano spesso una diffidenza e una fatica iniziale, questi rimangano poi momenti forti nell’esperienza vissuta, perché sono quelli i momenti in cui veramente si riesce a entrare in dialogo con Dio. Essere quindi promotori e facilitatori di questo incontro, creare la cornice tra i giovani e Dio, perché, come dicevamo prima, è lui che parla e che conosce i cuori.
Offrire esperienze di approfondimento umano e spirituale insieme, che siano vocazionali. La parola che tanto spesso facciamo quasi fatica a pronunciare per la diffidenza che produce, specialmente da parte delle ragazze. Come dicevamo prima, questa è una delle grandi sfide: che i ragazzi accettino di condividere la loro vita con Dio, che si permettano almeno di porsi la domanda: che cosa vuole Dio da me? Qual è il suo progetto per me? E pure qui, però, è una sfida che in qualche modo dobbiamo continuare a raccogliere, ipotizzando modalità, processi, strumenti, perché si prenda in mano la propria vita, quantomeno ci si interroghi e si provi ad andare in profondità, con entusiasmo e con speranza, nonostante e anche proprio in virtù dei fallimenti che viviamo. Condividiamo sempre che Dio scrive dritto sulle nostre righe storte, per quanto possano essere grandi la confusione, il dolore, la complessità delle situazioni. E provare a sottolineare sempre la necessità di un accompagnamento spirituale.
Un altro punto che mi piace condividere con voi sono gli spazi: un gruppo giovanile deve avere uno spazio in cui riunirsi, da sentire proprio, da sentire casa. Il Vangelo ce lo racconta: «Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio». Gesù lo dice ai primi discepoli: venite a casa mia. Avere uno spazio in cui, oltre all’incontro, poter fare una convivenza di più giorni, organizzare un evento, stare insieme, magari anche andare a studiare, prendersi un momento di pausa, laddove è possibile, fa la differenza.
Un altro elemento che sottolineo è mettere insieme i diversi gruppi. I ragazzi di zone diverse, uniti però da uno stesso stile, hanno bisogno di incontrarsi e, quando si incontrano, accadono cose belle. Si capiscono i propri limiti, si comprende meglio se stessi, si scoprono cose preziose, si cresce e ci si arricchisce. Gli incontri nazionali del MGC sono un elemento inderogabile del percorso: sono i ragazzi stessi che ce lo dimostrano, chiedendoli e partecipando.
Non smettere di stimolare l’uscita dal gruppo: la comunità è bellissima, ma la porta deve restare aperta, per non correre il rischio di chiudersi e di implodere. Ricordiamoci che i nostri gruppi devono essere missionari e uscire, incontrare i poveri, gli ultimi, chi ha bisogno. Stimolarli in questo.
Ultimo punto, è il punto a monte: dove e come agganciare i ragazzi? Negli anni abbiamo visto che la presenza o meno di parrocchie oblate non è dirimente né nell’aggancio né nella tenuta dei gruppi. Vanno quindi, in tutti i casi, pensate e ipotizzate delle strategie di aggancio che devono comunque tenere conto delle tematiche emergenti e dell’impegno dei nostri ragazzi a svolgere una funzione di peer, di pari.
