Non voglio fare una lezione teorica sulla comunità, perché penso che tutti noi abbiamo un’esperienza, anche molto ricca, di vita di comunità. Voglio che questa Eucaristia possa essere un fare memoria della nostra esperienza di comunità, perché penso che, in questa realtà, in questa famiglia, per tutti noi la comunità – sia MGC, sia Famiglie amiche, sia AMMI, sia Oblati – sia stata il mezzo concreto che ci ha permesso di incontrare Gesù, sperimentare in modo molto concreto l’amore di Dio. E per gli oblati è stato anche il modo concreto in cui Dio ci ha chiamato a vivere in comunità.
Quindi questa Eucaristia, che ha un tono di nostalgia – perché ricordiamo com’è stato l’inizio e quindi possiamo pensare anche ai tempi della nostra vita in cui la vita di comunità era bellissima, era meravigliosa – ha però tutto un altro obiettivo: tornare al passato per vivere il presente ricordando quello che dobbiamo essere e guardando al futuro sempre con più speranza.
Il nostro inizio, che è anche l’inizio di tutti noi come congregazione, è stato molto semplice. Sapete che il 25 gennaio 1816 sant’Eugenio, Tempier e forse anche un altro, andarono in questo convento per iniziare questa avventura. Immagino che avessero nel cuore e nello stomaco tutti i brividi, perché si cominciava qualcosa che non si conosceva, quindi non c’erano sicurezze: lasciavano tutto.
Passati alcuni anni, in una lettera del de 24 gennaio di 1831, raccontava a padre Mille, ai novizi e agli scolastici di Billens, com’è stato questo inizio: non avevano una stanza, quindi sant’Eugenio dormiva in un letto in un corridoio; poi la biblioteca era diventata anche la stanza di Tempier; e poi c’era anche la sala di comunità: erano due barili con un tavolo, la candela in mezzo alla porta per fare luce. Comunque, la cosa più bella che diceva sant’Eugenio è questa: “Non siamo mai stati così poveri come in quel momento”.
E questo penso che sia la grandezza di questa situazione, di questo inizio, la semplicità che dobbiamo vivere anche noi.
Poi, evidentemente, come congregazione abbiamo scritto le norme, le Costituzioni: in teoria ci sono tutti i dettagli di come deve essere la nostra vita comunitaria. Serve? In teoria sì.
La Costituzione 37 dice così:
“Noi compiamo la nostra missione nella comunità a cui apparteniamo e mediante essa. Le nostre comunità hanno dunque un carattere apostolico.
La carità fraterna deve sostenere lo zelo di ognuno, nella fedeltà al testamento del Fondatore: “Tra di voi praticate davvero la carità, la carità, la carità e, fuori, lo zelo per la salvezza delle anime”.
Nella misura in cui cresce tra loro la comunione di spirito e di cuore, gli Oblati testimoniano davanti agli uomini che Gesù vive in mezzo ad essi e fa la loro unità per mandarli ad annunciare il suo Regno.”
La comunità non è né la norma né la struttura: la comunità sei tu, sono io. Dipende da noi. Per quanto vogliamo strutturare tutti i passaggi, anche nei gruppi a cui appartenete, alla fine dipende da ognuno, della capacità personale di mettersi in gioco.
Racconto una mia esperienza, che è stata quella che mi ha aiutato di più a comprendere cos’è la comunità. Io sono entrato nel prenoviziato nel 2003. Ero l’unico prenovizio in una comunità dove c’erano quattro anziani. Quindi confesso che la botta in quel momento è stata molto forte. E mi hanno mandato a vivere il Capodanno nella comunità degli anziani.
Io poi sono di Malaga, sono aperto e affettivo… Mi ricordo che, dopo quell’esperienza nella casa degli anziani a Madrid, dopo Capodanno, parlai con un oblato. Gli dicevo: “Ho fatto molta fatica a vivere questi giorni in questa comunità, mi sentivo molto solo e non vedevo l’affetto, mi sembravano freddi”. E lui mi ha risposto: “Ma tu hai pensato che forse il problema ce l’hai tu? Perché forse devi imparare che nella comunità ognuno ha un suo modo di esprimere l’affetto. Ognuno ha una storia, ognuno ha un modo di vivere la vita comunitaria. Ognuno è diverso, non puoi fare i fratelli come vuoi tu”.
Questo è stato il passaggio che mi ha aiutato a capire dall’inizio cos’è la comunità.
La comunità non è una scelta originale di sant’Eugenio. Sappiamo che il modello per noi oblati, per voi laici e membri della famiglia, è Gesù con gli apostoli: questo è anche il nostro modello.
E la scelta di sant’Eugenio è stata quella di non cominciare questa avventura da solo. Non era una scelta solo strategica, operativa, di efficacia o di efficienza. No: aveva capito che era il modo in cui potevano rendere presente, non con le parole ma con la vita, Gesù in mezzo ai fratelli, come la prima comunità.
Tutto comincia con una chiamata. Mi piace che le letture ci aiutino, ci danno spunti per leggere anche questo momento spiritualmente. Oggi abbiamo letto nel Vangelo la chiamata di Pietro, di Andrea, di Giacomo e Giovanni. E quindi pensiamo che non è che noi abbiamo scelto questa vita: c’è stata una chiamata, e Dio ci ha chiamato a seguirlo in questo modo. Dio ha chiamato i fratelli a due a due, e Cristo li ha fatti vivere un’esperienza di comunità, perché la Chiesa è comunità. Non solo un gruppo è comunità: la Chiesa è comunità.
Quindi mi piacerebbe che voi portaste alla mente e al cuore chi è stata la persona che vi ha invitato a vivere questa esperienza di comunità. Perché Dio chiama, però Dio chiama attraverso persone concrete. E quali sono state le persone con cui avete imparato a vivere questa comunità?
Questa chiamata viene in due, e noi siamo chiamati a vivere così, in comunità, la nostra vita.
Ascoltando anche la lettura mi veniva un’immagine molto grafica: questi quattro erano pescatori, quindi avevano molto a che fare con le reti. Penso anche a quante ore sicuramente hanno dedicato a rammendare le reti, perché sono fragili: per mantenere tutti i fili insieme bisogna avere destrezza, pazienza, attenzione, uno sguardo d’insieme.
Forse era questo il modo in cui loro hanno imparato a costruire la comunità. E questo c’entra molto con quello che è la comunità: c’è molto di questo lavoro.
La comunità ha una fragilità: tu ti butti e a volte trovi risposta e a volte no. Ma quello che definisce la comunità non è il fatto che abbia la risposta che noi cerchiamo. Tutto il contrario: è che ci sia questa dinamica di amore, perché la comunità è il mezzo concreto dove io mi posso donare.
Questo significa un cambio totale nel nostro modo di pensare.
Mi venivano anche tanti esempi concreti che ci possono aiutare a cambiare il nostro modo di pensare la comunità. La prima domanda è: perché sei ancora in comunità? Perché ci sei? E perché ci sono?
Perché a volte le nostre comunità sono anche miracoli. Siamo tutti diversi, è un miracolo concreto. E solo Dio può unire questo filo. Non le nostre qualità, non i nostri carismi personali. È Dio che unisce questi fili.
Quindi anche noi dobbiamo cambiare questo, anche i giovani, anche l’AMMI, anche le Famiglie amiche, anche gli Oblati. Perché a volte – e questo lo condivido con voi, perché sono cose che ho lavorato in me – pensiamo che la comunità sia una SPA, dove io arrivo, mi trovo sereno, felice, tranquillo, non ho problemi. No, non c’entra niente.
E figuratevi la prima comunità di Gesù Cristo: che disastro! Tutti l’hanno abbandonato, uno ha rinnegato, l’altro l’ha tradito. Poi è vero che si è ricomposta, e la Chiesa è nata grazie alla fragilità di questi. Ma non sono stati scelti perché erano i migliori.
La comunità non è una ditta. Non siamo professionisti. A volte ci lamentiamo: “questo non sa fare niente, questo non sa stare con l’altro”, e questo è un problema. E capiamo che in questa comunità non c’è un casting dei migliori: quindi significa che ci sono dei limiti concreti.
Noi non condividiamo in una comunità solo delle attività: oggi dobbiamo fare la Messa, lo spuntino, l’aperitivo. Per avere la comunità dobbiamo condividere la vita. Se non c’è condivisione di vita, possiamo vivere anche sotto lo stesso tetto. E questo vale non solo per la comunità o per i gruppi, ma anche per i matrimoni, per gli amici. Non ci uniscono le cose, ci unisce la vita, ci unisce il cuore.
Poi un altro rischio: pensiamo che la comunità sia come una bolla, uno spazio chiuso, dove mi isolo dal mondo perché il mondo è complesso e meglio stare qui con questi. No: non siamo nati per essere chiusi, un giardino chiuso. Siamo nati per stare nel mondo.
Poi la comunità non è nemmeno un palcoscenico, dove dobbiamo far sembrare che tutto sia meraviglioso. La comunità è difficile. Scusate, non posso parlare in un altro modo. Forse è difficile, ma proprio per questo è autentica.
Perché noi siamo chiamati, sentiamo nel cuore che vogliamo seguire Gesù, vogliamo dare la vita. La comunità è un mezzo concreto in cui tu dai la vita.
Quindi è un passaggio, in fondo, da “la comunità per me” a “io per la comunità”. Che cosa sto facendo io per la mia comunità? Mi lamento? Critico? Costruisco?
Questo è il passaggio: la comunità non è solo un mezzo in cui io posso solo ricevere. Sì, è chiaro, ci sono momenti belli, la comunità mi può nutrire, la comunità mi appoggia, però non è solo questo. Il punto è che non è solo questo, è molto di pù.
Infine, mi sembra che anche la seconda lettura ci dia uno spunto importante: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di Cefa, io sono di Cristo”. È vero che ogni gruppo ha una sua identità, però a volte anche noi diciamo: “Io sono oblato, io sono del gruppo X, io sono famiglia amica…”.
Sapete perché siamo in una comunità più grande? Perché in fondo il gruppo mi deve servire per imparare a essere fratello.
Figli e fratelli.
E teoricamente ripetiamo tante volte che siamo fratelli e sorelle, però ci comportiamo come figli unici.
L’ultima chiave è questa: quando tu – penso che anche voi con la famiglia lo viviate così – senti che la tua famiglia ti appartiene. E guai se qualcuno tocca la tua famiglia o la mia famiglia: io la difendo.
Io devo sentire che anche la persona che sta accanto, anche se non è del mio gruppo, mi appartiene. E io dovrei dare la vita per questo, perché c’è un collegamento superiore al gruppo, che è la fraternità. Siamo figli di Dio, quindi siamo fratelli.
La comunità è il luogo in cui io imparo a essere fratello.
Non siamo figli unici, e a volte ci comportiamo spiritualmente così, come se fossimo solo noi. No, siamo fratelli e sorelle, quindi impariamo a vivere così.
Ripeto: anche se è difficile, vale la pena, perché è un modo molto concreto in cui io imparo ad amare come Gesú; senza limiti, a tutti, fino in fondo e gratuitamente.
E questa è l’unica norma che fa sì che una comunità possa funzionare – comunità, famiglia, amici –: amare.
