BEATI PAUL XYOOJ E P. MARIO BORZAGA: RELIGIOSI E LAICI INSIEME

Del beato Mario Borzaga conosciamo molte cose. Nato a Trento nel1932, da giovanissimo entra nel seminario della sua città. A vent’anni, dopo l’incontro con un missionario che viene a parlare ai seminaristi,si rende conto che la sua vocazione è quella di diventare unMissionario Oblato di Maria Immacolata. Nel 1957 viene ordinatosacerdote e nello stesso anno riceve la sua destinazione per il Laosdove incontrerà il martiriointorno al 1 maggio del 1960.
Forse, almeno noi italiani, conosciamo un po’ meno ciò che riguardail beato Paul Thoj Xyooj, “il piccolo principe dei Hmong”, catechista al seguito di Borzaga. Nasce nel 1941 a Kiukatian, nella provincia diLuang Prabang e fa parte della prima generazione di abitanti cheabbracciano la fede cristiana nel 1950 grazie a p. Bertrais. A 16 anni Xyooj gli confida il desiderio di voler diventare sacerdote per questo viene battezzato l’8 dicembre 1957 dallo stesso sacerdote. Prende il nome dell’apostolo Paolo. L’avventura verso il sacerdozio finisce presto ma rimane in Paul la voglia di annunciare il Vangelo agli ultimi. Nel 1958, quando la missione nella provincia di Luang Prabang viene affidata agli Oblati italiani, nel grande villaggio di Na Vang le persone esprimono il desiderio di conoscere “questi Gesù che danno farmaci per curare i malati”. Il giovane catechista viene mandato nel villaggio dove si parla hmong, lingua di Xyooj, mentre gli italiani che sono lì conoscono solo il lao. È così che Paul può esercitare tutto il suo zelo per il Vangelo e in molti si convertono al cristianesimo facendo nascere una nuovacomunità di credenti. Ovviamente, Paul ha tutti i difetti e le qualitàdei ragazzi della sua età, ma le qualità spirituali fanno breccia nelle persone.
Dopo sette mesi nel villaggio, al giovane viene chiesto di allontanarsida Luang Prabang e di andare a Kiukatian, una scelta impopolare trala gente e che fa iniziare in Xyooj una profonda crisi ma, nonostante questa, il giovane resta fedele ai servizi che p. Borzaga gli affida. Il fatto che il ragazzo è celibe convince p. Mario a portarlo con sé fino al loro ultimo viaggio che conduce entrambi al martirio.
Catturati dai guerriglieri Pathet Lao, a Paul viene offerta la possibilitàdi essere salvato. Ma il ragazzo risponde «Non me ne vado, resto con lui; se l’ammazzate, ammazzate anche me. Dove lui sarà morto, io sarò morto, e dove lui vivrà, io vivrò». Nella vita oblata, questo spirito comunitario è molto importante. L’Associato fa comunità con gli Oblati, quelli del cielo e quelli della terra, ed egli fa comunità con il suo  ambiente, con la sua famiglia. Spesso sarà la famiglia stessa che farà comunità con gli Oblati.
(P. Fernand Jetté OMI, Carisma oblato e laici associati)

DAL DIARIO DI UN UOMO FELICE DI P. MARIO BORZAGA

Pure questa giornata è stata bella: ho lavorato forte con Xyooj sulla Grazia Santificante, Attuale, sulla preghiera. Stamane ho fatto pure la meditazione in meo ai catechisti.
(17 settembre 1959)
Ieri dunque sono stato dai Phou Theung assieme a Xyooj: egli è stato brillante come sempre nella sua esposizione poi ho parlato un pochino pure io come potevo e non ne avevo voglia. Xyooj mi ha raccontato cose assai interessanti su Na Vang e come tra il resto vorrebbe prendere moglie…
(29 dicembre 1959)

TESTIMONIANZA

Credo che i rapporti tra religiosi e laici si costruiscano attraverso esperienze di vita comunitaria e non, facendo un cammino di fedecristiana che punta allo stesso ideale.
Ognuno di noi avrà vissuto un rapporto con un religioso o un laico in modo personale e singolare. Io se non avessi conosciuto gli Oblati non so se avrei mai preso in considerazione il seguire questa vocazione nella mia vita.
La mia famiglia cattolica non praticante, come spesso si sente dire, non mi aveva messo nelle condizioni di frequentare, dopo il catechismo, un cammino di fede; inoltre, anche gli amici che frequentavo erano piuttosto lontani da questa realtà. Fui affascinato, come spesso è capitato a tanti altri, nel conoscere un sacerdote, p.Antonio Petrone, che usciva fuori dai miei schemi e che si poneva verso i giovani in modo diretto e senza mezzi termini. Dopo di lui mi sono reso conto che anche altri sacerdoti Missionari Oblati mi hanno permesso di conoscere una Chiesa diversa, che ti mette in condizione di entrare in rapporto personale con l’altro e fuori dal modo tradizionale di intendere la Chiesa.
Oggi, nei progetti, negli incontri, nei ritiri abbiamo tante occasioni per stabilire dei rapporti personali con sacerdoti, fratelli e, spesso, mi accorgo che se non si stabilisce una sintonia, un’affinità, una comunione d’animo con l’altro, si fa molta fatica a programmare oppure a dare la propria disponibilità ad una missione, a un impegno comunitario o altro.
Mi accorgo sempre di più quanto i religiosi abbiano bisogno di noi laici per costruire la Chiesa e di quanto noi laici abbiamo bisogno di loro per ricevere i sacramenti e alimentare la fede in Dio, ma se non facciamo crescere il desiderio di venirci incontro, di accoglierci, di ascoltarci per conoscerci, ci saranno soltanto delle attività da svolgere.
Spesso riscontro da parte del laico una certa “riverenza” nei confronti del sacerdote e questo atteggiamento, secondo me, può compromettere rapporti umani semplici e diretti.
Negli anni ho continuato a curare una bella amicizia con una persona, oggi diventata Oblato di Maria Immacolata.
Siamo partiti insieme da ragazzi nell’MGC, abbiamo fatto l’esperienza del Centro giovanile e poi abbiamo seguito vocazioni diverse. Nella recente intervista al Papa in tv, alla domanda di Fazio che chiedeva se avesse degli amici, Papa Francesco ha risposto di averne pochi ma veri. Questa sua risposta mi ha fatto riflettere sul valore della mia amicizia, dato che anche il Papa tende a coltivarla nella sua semplicità.
Al mio amico sacerdote riconosco le specificità della sua vocazione, per cui non ho timore a confessarmi e a ricevere la comunione, come anche lui quando è invitato a casa nella mia famiglia partecipa ai dialoghi dei miei figli ed ascolta i problemi di una coppia.
Mi accorgo che grazie a questo rapporto di conoscenza reciproca e complicità, al momento di affrontare un tema, una missione o semplicemente pregare con Gesù in mezzo, tutto diventa più bello e meno faticoso. (Gigi)