«I vostri piani non sono i miei piani, i vostri programmi non sono i miei programmi», dice Dio. «I vostri cammini non sono i miei cammini».

Quando il Signore ci dice questo, credo che ci ponga davanti a una sfida importante per tutti noi missionari. E quando dico “missionari”, intendo ciascuno di noi: oggi non mi rivolgo soltanto agli Oblati ma a tutti.

Questa è la sfida di noi missionari: noi vogliamo avere il controllo di tutto, ma questo non è possibile con il Signore. Il Signore che, possiamo dire così, è specialista nel fare sorprese.

Avete detto che siamo in inverno. Ma che cosa sappiamo noi del piano del Signore in questo inverno? Sarà primavera, autunno, estate? «I miei cammini non sono i vostri cammini».

Abbiate fiducia.

Questa è la prima parola: avete fiducia in voi stessi, fate quello che potete, fate quello che volete, ma alla fine ci penso io.

Come sapete, io sono stato per pochi anni — troppo pochi, secondo me — nel Sahara. Tante volte ci chiedevano: «Ma quante conversioni ci sono?».

Noi rispondevamo: «Boh! Speriamo che almeno noi tre Oblati che siamo qui riusciamo a convertirci un po’». Il resto lo lasciamo allo Spirito Santo. Che cosa ne sappiamo noi?

Quando uno possiede questa libertà, osa fare tutto. Proprio perché non sappiamo quante saranno le conversioni, proviamo a fare tutto, ma lasciamo il risultato allo Spirito Santo. Questo spetta a lui, non a noi.

Facciamo ciò che dipende da noi, con la consapevolezza che Dio ci fa delle sorprese. Sempre. Lui ha un’altra strada che noi non possiamo neanche immaginare.

Anche quando parliamo delle vocazioni — e in questo caso delle vocazioni alla vita degli Oblati consacrati — abbiate fiducia. Che cosa ne sappiamo noi?

Io vengo dall’antica Provincia di Spagna. Quando sono entrato al noviziato, durante il primo ritiro al quale ho partecipato, c’è stata una condivisione. 

La maggioranza diceva già allora, proprio mentre io entravo al noviziato: «Guardate, non ci sono più vocazioni. Questi che sono qui, chissà… chiudiamo».

Che cosa sappiamo noi del piano del Signore e del cammino del Signore? A noi spetta metterci insieme e avere fiducia nel Signore.

Mi ha colpito anche questa seconda parola di san Paolo apostolo. A un certo punto dice: «Io sono pronto a morire, ma se il Signore mi vuole ancora qui, nel mio corpo, per il vostro beneficio, va bene».

Poi dice una cosa bellissima: «Per me vivere è Cristo».

Credo che questo sia il punto che dobbiamo accogliere in questa Eucaristia di oggi: per me vivere è Cristo.

C’è una canzone molto vecchia, in Spagna, che parlando dell’amore umano dice: «Te amo más que a mi vida», ti amo più della mia vita.

Possiamo dire questo del nostro rapporto con Cristo? «Amo te, Cristo, più della mia vita»?

Per l’apostolo Paolo era così: «Per me vivere è Cristo». Tutto il resto è un regalo che Dio ci dà per camminare con Cristo, per imparare ad amare sempre di più, per imparare a innamorarci sempre di più di Cristo.

Quando parliamo della missione con i giovani, qual è il punto principale per tutti noi che siamo missionari?

«Per me la vita è Cristo».

Il punto principale è il nostro rapporto con Cristo: lasciare spazio perché lui diventi più importante della mia stessa vita.

Mi è venuta in mente una cosa interessante che ha detto il Papa durante la sua visita in Spagna. Ha detto tantissime cose interessanti, ma una mi ha colpito particolarmente.

Durante la visita a un carcere femminile c’è stato un incontro davvero commovente. Le donne hanno cominciato a raccontare perché si trovavano in prigione. Erano storie terribili, inimmaginabili.

Quando il Papa ha preso la parola, ha detto: «Guardate, Dio vi ama come siete. Dio ti ama come sei, ma ti sogna migliore».

Credo che possiamo accogliere questa frase prima di tutto per noi e poi trasmetterla ai giovani.

Dio ti ama come sei, davvero, senza condizioni. Ma attenzione: ti sogna santo. Perché Dio ci ha creati per diventare santi. L’ultimo giorno, quando saremo in cielo, saremo santi.

Dio ti ama come sei, ma non fermarti lì. Il sogno di Dio è che tu diventi santo.

Riusciamo a credere a questo sogno di Dio per noi?

Secondo me, la dinamica della missione — anche della missione giovanile e vocazionale – è questa: vivere per primi il sogno di Dio e dire agli altri: «Ecco, Dio ti ama come sei. La tua vita non è un fallimento. Ci sono stati tanti fallimenti, ma Dio ti ama e ti sogna santo».

Riusciamo a sognare insieme a Dio questo messaggio di santità?

È molto bello, perché penso che i giovani oggi abbiano bisogno di entrambi i messaggi. E quando parlo dei giovani, parlo anche di me: Dio ci ama come siamo, ma il sogno di Dio è che tu diventi ancora migliore, che tu diventi santo.

Mi è piaciuta anche un’altra espressione del Papa, che collego un po’ al Vangelo. Adesso parliamo molto di Magnifica humanitas, un testo molto interessante. Prendetevi il tempo per leggerlo, per prendere appunti e per andare in profondità.

In un altro testo che ha scritto dice:

«Parlare di Cristo con la testimonianza o con la parola, in modo tale che gli altri non debbano fare un grande sforzo per amarlo: questo è il desiderio più grande di un missionario dell’anima.

Non c’è proselitismo in questa dinamica d’amore. Le parole dell’innamorato non disturbano, non impongono, non forzano. Solamente portano gli altri a chiedersi come sia possibile un tale amore.

Con il massimo rispetto per la libertà e la dignità dell’altro, l’innamorato semplicemente spera che gli sia permesso di raccontare questa amicizia che riempie la sua vita».

Che cosa dobbiamo fare?

Parlare del nostro innamorato.

Questo è molto forte quando si lavora in una situazione nella quale la cultura, la società o la religione non vogliono sentire nessuna parola su Dio o sulla Chiesa.

Che cosa dobbiamo fare, allora? Niente di più che parlare con amore del nostro innamorato.

San Francesco d’Assisi non ha mai pensato di essere un missionario. Ha trovato Gesù e ha parlato del suo innamorato attraverso il suo modo di vivere.

San Giovanni della Croce — per citare due santi dei due territori — era poverissimo. Quando era bambino non è morto di fame quasi per caso, per i piani di Dio. Era povero davvero.

In carcere ha scritto il poema più bello nella lingua castigliana, parlando dell’amore. Parlava del suo innamorato.

In carcere, al buio, affamato, senza futuro, è riuscito a parlare del suo innamorato.

Qui non siamo al buio. Ci sono difficoltà, ci sono sfide, ma dobbiamo riuscire a parlare con amore del nostro innamorato.

Penso che il Vangelo di oggi si chiuda proprio con questo, e concludo: è la chiamata del Signore a partecipare alla sua missione.

Missione con i giovani, missione per le vocazioni, missione con tutti.

Il Signore — e questo è bellissimo — ti chiama personalmente perché ti ama. Ti chiama a parlare con amore dell’amore che tu hai, che è più forte della tua vita e che si chiama Gesù.

Gesù si fa fragile sulla croce, spezza il suo corpo e dona la sua anima per darci la vita.

Oggi questo Signore ti chiama semplicemente a dare testimonianza dell’amore.

Ti chiama non una volta, due volte o tre volte.

Io ho voluto leggere oggi il Vangelo in questo modo: quello della prima ora, della terza, della sesta e dell’ultima ora.

Non significa soltanto che il Signore ti chiama in momenti diversi della tua vita. Ti chiama ogni giorno della tua vita.

Non è che mi abbia chiamato soltanto tanti anni fa. 

Non è che mi abbia chiamato soltanto quarantaquattro anni fa. Mi chiama oggi, nell’ultima ora, a partecipare al suo amore.

Questo amore è vero. L’unica cosa vera della mia vita è questo amore, e devo condividerlo parlando, con rispetto ma anche con fiducia, dell’amore che è più grande della mia vita.

Il Signore oggi ci invita e ci invia. L’ultima ora è oggi e, domani, l’ultima ora sarà domani.

Ti invita a diventare santo per proclamare l’amore di Dio a tutte le persone.

San Giovanni Paolo II, in un testo scritto dal nostro carissimo Marcello Zago, diceva che solo il santo è davvero missionario.

P. Chicho Rois, superiore generale
Marino, 20 settembre 2026