Omelia del superiore provinciale p. Javier Montero Infantes in occasione della chiusura dello Scolasticato di Vermicino. 27 giugno 2026
Confesso che non avrei mai immaginato, in vita mia, di stare qui a celebrare questo momento, come non avrei mai immaginato anche tante altre cose. Però dal 2006 anch’io ho fatto parte della comunità dello scolasticato, dove ho vissuto alcuni anni della mia vita, dove mi sono formato, dove ho imparato, dove sono cresciuto. E oggi sono qui per celebrare questo momento.
Quando uno diventa provinciale, sogna di lasciare dei bei ricordi, delle pagine gloriose nella vita e nella storia della Provincia, e anche tanti momenti di speranza. Però mi tocca vivere questo. E sicuramente farò un po’ di storia, perché sarò quello che verrà associato al momento della chiusura dello scolasticato.
Però viviamo insieme questo momento. Sappiamo che questo momento è frutto di un processo, di un cammino nel quale abbiamo imparato anche a leggere la vita stessa e che ci ha portato oggi a vivere questo momento.
Non si tratta, come qualcuno diceva, del «funerale dello scolasticato». «Vieni al funerale dello scolasticato?». Ho risposto: «Ma non è un funerale». Questo perché, precisamente, anche la lettura ci diceva che la morte non ha l’ultima parola. Se leggiamo questo momento in chiave di morte, dobbiamo professare la nostra fede dicendo che ci sarà una vita. Non sappiamo come, non sappiamo dove, ma certamente il Signore farà nascere una vita da questa morte che stiamo vivendo.
Sono appena tornato dal funerale di padre Palmiro, che sicuramente molti di voi conoscevano: un uomo di Dio. C’era una chiesa piena; non faceva tanto caldo in chiesa, però c’erano molte persone e c’erano tante lacrime. Tuttavia, il ringraziamento e la gioia per aver condiviso la vita con padre Palmiro erano più grandi del vuoto che lasciava nel cuore di ciascuno. E questa, per me, è stata anche la luce per vivere questo momento.
Immagino che, guardando i volti di ognuno di voi, riaffiorino tanti ricordi. Ricordavo alcuni momenti: «Guarda, questo l’abbiamo fatto insieme», oppure: «Voi eravate lì…». Però penso che debba essere più grande il ringraziamento che viviamo oggi del dolore che questa chiusura rappresenta nel nostro cammino.
Sappiamo che la comunità dello scolasticato non era soltanto il luogo dove noi oblati ci siamo formati, dove Dio formava il cuore di ciascuno di noi per essere missionari nel domani. Attraverso questa comunità Dio ha formato anche il vostro cuore, ed è per questo che siete qui.
Insieme allo scolasticato ci sono tante esperienze, tante persone, tanti momenti, tante grazie. Perciò oggi è un giorno per dire grazie, per tante grazie ricevute. È chiaro che, in qualche modo, questa è una perdita. Perdiamo lo scolasticato, perdiamo la struttura dello scolasticato. Però mi rendo conto che questa realtà del perdere fa parte della nostra vita.
Siamo continuamente chiamati a perdere. Penso ai matrimoni, alle famiglie, alle comunità: perdere delle idee, perdere delle tappe, perdere dei momenti, perdere tante cose. E oggi perdiamo una struttura.
Però, quando uno vive una perdita nella fede, in fondo ogni perdita ci invita a ricordare qual è la cosa più essenziale, quella che non cambia mai. Tante cose possono cambiare, e cambieranno ancora; non sappiamo come. Però c’è una cosa che rimane sempre e non cambia mai: l’amore di Dio per noi. Questa è la garanzia che può darci un po’ di stabilità in questo momento.
E poi, guardando con fede questo momento, sappiamo che per Dio nulla va perduto. Tutto il bene donato, tutte le esperienze vissute rimangono, perché Dio è capace di portarle oltre il tempo e oltre lo spazio. Quindi tutto il bene seminato in questi anni resterà con noi come parte importante della nostra storia.
Per questo, se guardiamo con fede questo momento, è vero che c’è un distacco, ma io chiedo la grazia di vivere una trasfigurazione di questo momento, cioè di poter uscire dalla celebrazione di questa giornata con tanta gioia nel cuore. Perché è questo ciò che rimane: tanta gioia per tutta la storia vissuta.
È chiaro che, quando uno legge la storia, ogni cambiamento sembra una tragedia. Però, anche grazie a p. Roberto Sartor, che mi ha fatto leggere un po’ della storia della formazione nella Provincia italiana, e poi leggendo anche la storia della Provincia spagnola, ho capito che questi momenti fanno parte della vita normale.
All’inizio San Giorgio Canavese era la casa di formazione. Ho scoperto anche che San Giorgio Canavese era la casa di formazione pure per la Spagna. Abbiamo quindi avuto questo momento comune perché, in quel tempo, non eravamo ancora Provincia autonoma, ma appartenevamo alla Provincia di Francia, ed era la Francia che ci mandava a San Giorgio.
Poi, dopo tanti anni, dal 1926 fino al 1966, si è cominciato a riflettere, proprio come stiamo facendo noi. La riflessione è durata sei anni e alla fine si è deciso di trasferirsi da San Giorgio a questa nuova sede di via Tuscolana 73, nel 1973.
Qui siamo rimasti tanti anni. Poi, a un certo punto, abbiamo capito che, forse per il numero delle persone o per tante altre circostanze, non era più il luogo adatto. Così ci siamo trasferiti di là, a via Tuscolana 1721; poi la casa provincializia, che era di là, è venuta qui; e questo scolasticato, che inizialmente era italiano, è diventato uno scolasticato che accoglieva persone provenienti da tanti Paesi. Alcuni di voi, della Romania, avete vissuto qui una tappa della vostra formazione. Anch’io ho fatto parte della formazione in Italia.
Anche in Spagna è successo qualcosa di simile. Non voglio raccontare tutta la storia della Spagna, però lì è stato persino più evidente, perché il noviziato cambiava continuamente sede. Lo scolasticato era a San Giorgio, poi è diventato quello di Pozuelo.
Quando sono entrato nella Congregazione, nel 2003, lo scolasticato della Spagna è stato chiuso, e c’erano ancora sette scolastici. Alcuni sono venuti qui, altri sono andati allo scolasticato internazionale, altri sono partiti per lo stage.
Dico tutto questo perché guardare la storia dall’alto ci aiuta a capire che, anche quando noi non riusciamo a comprenderla pienamente, la storia ha un senso.
È chiaro che la risposta che diamo oggi è la risposta alla situazione di oggi. Magari domani avremo di nuovo la necessità di avere una grande casa di formazione. Non lo sappiamo. Questa è una decisione presa per la situazione attuale, ma non significa che non ci sia speranza per il futuro.
Dobbiamo continuare non tanto a lavorare per le vocazioni, quanto a vivere la nostra vocazione. Se vivremo sul serio come veri oblati e come vera famiglia oblata, le vocazioni arriveranno.
Siamo stati alla CIE in Europa e riprendo una frase che ha detto padre Chicho Rois, il Padre Generale, perché penso che ci introduca bene in questo momento.
Forse, in questo momento che stiamo vivendo, pensiamo che avere una casa di formazione sia una garanzia, un onore. Padre Chicho diceva: «L’Europa ha l’onore di poter dire: qui è nata la Congregazione, qui è nato il Fondatore. Da qui sono partiti tutti i missionari per il mondo. Abbiamo fatto crescere la Congregazione in tutto il mondo». L’Italia è stata un modello di formazione per tutta la Congregazione. Tutti guardavano al nostro modello formativo. E ora cominciamo a essere piccoli. Sapete che, all’interno della Congregazione, la realtà europea sta diminuendo, mentre la Congregazione continua a crescere tantissimo in tante altre parti del mondo. Che cosa significa questo?
Forse significa che stiamo iniziando una tappa nuova, nella quale dobbiamo accettare di tornare a essere piccoli, di tornare a essere più fragili. E queste situazioni interiori, che ci mettono in una condizione di vulnerabilità, ci invitano a tornare a Dio.
Torniamo a Dio, anche se siamo di meno, anche se siamo piccoli, anche se diminuiscono le vocazioni. Perché ciò che conta davvero rimane: il Signore. È un invito a vivere sempre più in Dio e forse anche a diventare una Chiesa più piccola, una realtà più umile.
Anche il Vangelo di oggi ci aiuta, perché ci parla proprio del perdere. Ci introduce in una logica che non è la nostra. Se uno legge questo momento soltanto con occhi umani, potrebbe pensare a un fallimento. Ma non è così, perché la logica del Vangelo è perdere per ritrovare.
Siamo quindi invitati a vivere questo momento con questo atteggiamento.
Non sappiamo che cosa avverrà, non sappiamo come sarà il futuro. Non abbiamo tutte le risposte. Però abbiamo una fiducia piena: siamo sempre più nelle mani di Dio.
Vogliamo, in mezzo a tutto questo, ringraziare il Signore. E sono convinto che ognuno di voi, durante questa celebrazione, stia ripensando a tanti momenti, a tanti volti, a tanti scolastici. È stato fatto anche il lavoro di ricordare e di elencare tutti gli scolastici che sono passati per questa casa. Per questa casa sono passate 148 persone; per l’altra casa 78. Quindi, diciamo, ogni volto, ogni storia corrisponde a una persona.
Perciò invito ognuno di voi — e con questo concludiamo — a portare nel cuore e nella mente forse un momento, una persona, una situazione, una grazia particolare che ha ricevuto attraverso lo scolasticato, e dire al Signore: grazie.
Poi continuiamo a camminare insieme. Il Signore saprà indicarci altre vie. Affidiamoci a Lui, perché Lui ci pensa. Intanto, noi non smettiamo mai di dire grazie al Signore.
